Ogni volta che il giudizio estetico prova a determinare la qualità della bellezza, esso stringe fra le mani non la bellezza ma la sua ombra. E non è vero che l’ombra esiste solo in presenza del suo oggetto. Credevo, anzi tutti credevamo, che l’opera d’arte potesse stare al suo posto fino a quando decidiamo di spostarla. Tutti credevamo che un’opera d’arte fosse qualcosa di diverso dal resto delle cose. E che non fosse “utilizzabile, funzionale, accessibile” al pari di qualunque altro oggetto.

Eppure è accaduto.

 

Roberto Lacarbonara

 

 

1Jack Kerouac, Mexico City Blues, 1959

 2Jacques Derrida, La scrittura e la differenza, 1967

Welcome Home! 25th April - 3rd May 2015, Palazzo Ulmo, Taranto (TA), group exhibition. Other artists: Maria Grazia Carriero, Pierluca Cetera, Paolo Ferrante, Giulia Gazza, Paolo Guido, Annalisa Macagnino, Cristiano Pallara, Michele Petrello, Francesco Romanelli, Massimo Spada, Ulderico Tramacere, Luisa Valenzano, Marco Vitale. Curated by Z.N.S. project and Welcome Home International. Text by Roberto Lacarbonara. 25 Aprile - 3 Maggio 2015, Palazzo Ulmo, Taranto (TA), mostra collettiva. Altri artisti: Maria Grazia Carriero, Pierluca Cetera, Paolo Ferrante, Giulia Gazza, Paolo Guido, Annalisa Macagnino, Cristiano Pallara, Michele Petrello, Francesco Romanelli, Massimo Spada, Ulderico Tramacere, Luisa Valenzano, Marco Vitale. Curato da Z.N.S. project and Welcome Home International. Testo di Roberto Lacarbonara.

“Anyway it happened”1

 

[…] ed è come se l’esatta collocazione di ogni oggetto, superficie, perfino i vuoti negli angoli, fossero disposti all’interno della stanza secondo una mappa illeggibile, depistante. Un luogo come luogo posteriore, a posteriori, da varcare subito dopo l’accaduto.

La percezione iniziale fu quella di oltrepassare la porta di casa con l’immediata sensazione di non riconoscere più nulla di quanto, appena un’ora prima, era stato – e forse da sempre – nel medesimo posto. Ecco, esattamente, il “posto” delle cose era improvvisamente dubbio, instabile o inesatto. Certo, non saprei nemmeno dire qual è il posto esatto delle cose all’interno di uno spazio: forse quello che le rende più utilizzabili, funzionali, accessibili. Sì, ma allora un quadro?

Il posto, la posizione, l’affermazione – o la “fermazione” – delle cose in un punto specifico, serve a mappare continuamente la riconoscibilità, o quanto mento la distinguibilità, tra il proprio e l’altrui. Il proprio è ciò che io soltanto, io e non altri, posso spostare, sottrarre e ridisporre, persino eliminare. Ed invece questa volta nulla sembrava più dov’era prima del mio allontanamento. Non che ci fossero i benché minimi segni di una effrazione, nessuno – ci avrei giurato – era entrato in casa prima del mio arrivo. Ed è forse per questo che il ritorno a casa divenne improvvisamente un incubo, la perfetta scenografia di un incubo, con l’alterazione di tutto quanto rendeva la mia casa una casa: dalla luce proveniente dalla prima finestra del salotto, generalmente socchiusa dall’avvolgibile a metà, fino alla luce sul fondo proveniente dall’incrocio tra la finestra del bagno e quello della stanza dei miei.

Lo zerbino di paglia recitava uno spettrale “Welcome home”. Naturalmente si trattava di un regalo kitsch risalente al giorno dell’inaugurazione di casa. L’avevo inaugurata come un negozio di qualunque mercanzia, persino con la benedizione della casa, stanza per stanza, e con un gruppo di musicisti folk pugliese in cui suonavano i miei due zii: zio Franco, batterista, e zio Michele, bassista. Adesso ogni volta che torno a casa e leggo “welcome home”, mi torna in mente “abbasce a la marina…”

Tu chi sei?

Il guardiano della casa!

Stai nel libro?

Il mio posto è sulla soglia

Indubbiamente il fine della scrittura [leggi: A r t e] sta al di là della scrittura: “La scrittura che ha termine in se stessa non è che una manifestazione del disprezzo”. Se essa non è lacerazione di sé verso l'altro nel riconoscimento della separazione infinita, se è compiacimento di sé, piacere di scrivere per scrivere, soddisfazione dell'artista, si distrugge da sé. Si contrae della rotondità dell'uovo e nella pienezza dell'identico. E’ vero che andare verso l'altro vuol dire anche negarsi e che il senso si aliena nel passare della scrittura. L'intenzione si sorpassa e si strappa a sé per dirsi: “Io odio ciò che viene pronunciato dove io non sono già più”. Nello stesso modo che la fine della scrittura supera la scrittura, senza dubbio la sua origine non è ancora nel libro. Lo scrittore, costruttore e guardiano del libro, sta all'ingresso della casa. Lo scrittore è un passatore e il suo destino ha sempre una significazione liminare.2

Non era stata affatto una buona idea quella di allestire una mostra in casa mia. Ho sbagliato, sbagliato, decisamente. E lo sapevo sin dall’inizio. Ma erano passati già tre mesi, quasi quattro dalla fine di quell’esposizione e non c’era giorno che non pensassi alle settimane di convivenza con delle opere d’arte dentro casa.

Eppure era il mio mestiere, l’arte. Ci campavo e mi piaceva. Per questo dissi “perché no?” ad ospitare una mostra in casa. E chiamarla con il nome dello zerbino!

Ma quella buona idea si rivelò presto un tormento. Perché se compri un libro, un disco, un quadro, un cazzo di fotografia o di scultura da metterti in casa l’hai scelto, l’hai preso e sistemato tu, gli hai dato un posto. Certo, puoi sempre cambiarlo quel posto, proprio in virtù del concetto di casa che abbiamo tutti: una casa serve per poter dire “ci vediamo a casa mia”, “tornare a casa”, “spediscimelo a casa”… Invece, le opere d’arte che mi facevano visita in quei giorni non erano affatto destinate ad andar via. Restavano come fantasmi strappati a una morte violenta, come manichini nudi, come piedistalli vuoti. La casa, lo spazio intero, svuotato e disallestito, era diventato improvvisamente altro, estraneo, impossibile a dirsi casa, irriducibile a qualunque ipotesi di spazio abitabile, mio. L’opera d’arte è stata qui.

 

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